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I social media sono piattaforme o editori?

I social media sono piattaforme o editori?

Stiamo entrando in una nuova fase della storia dei social network. Negli ultimi due anni i principali player del mercato – Facebook e Twitter – si sono sbilanciati politicamente censurando esponenti della cosiddetta Alt Right (destra alternativa) americana, influencer di idee conservatrici e portavoce dei movimenti sovranisti. In Usa prima e in Europa dopo.

Alex Jones e il sito Infowars.com sono state le prime vittime della censura (il sito è stato bannato da Facebook e Google, quindi di fatto è diventato invisibile per chi non lo conosce già) poi è toccato a commentatori molto seguiti come Milo Yiannopoulos (caporedattore del sito Breitbart.com) e Paul Joseph Watson (account sospeso su Twitter, con quasi un milione di follower). Intanto Facebook Francia dichiarava che avrebbe collaborato attivamente con l’amministrazione Macron per la campagna delle elezioni europee di maggio 2019.

La scusa utilizzata per queste attività di censura è un’evoluzione delle famose fake news, i cosiddetti hate speech, ovvero i discorsi d’odio, che sarebbero mal tollerati da molti utenti dei social, che quindi avrebbero fatto esplicita richiesta di oscurare le fonti di tali discorsi.
Quanto questa motivazione possa essere plausibile o strumentale in questa sede non ci interessa, quello che è rilevante – da un punto di vista massmediologico – è il problema riportato nel titolo dell’articolo, che è la citazione da un tweet di Donald Trump in persona.

Il presidente USA inquadra la questione della comunicazione via social in una prospettiva nuova, che potremmo definire di “pubblica utilità”. Secondo The Donald i social hanno raggiunto la loro maturità come media e devono decidere cosa vogliono essere da grandi: se sono piattaforme devono lasciare libera espressione alle opinioni politiche di ogni parte; se sono editori allora possono concedersi un atteggiamento più partigiano, rinunciando ovviamente ai benefici economici (sussidi pubblici) che derivano dallo svolgere una funzione socialmente rilevante.

Detto in altri termini:

  • sei piattaforma se ospiti contenuti prodotti da altri (UGC) ti godi gli effetti economici di questo (pubblicità) ma non operi nessuna selezione dei contenuti, se non quella prevista dalla legge;
  • sei editore se produci o selezioni i contenuti, hai una linea editoriale e vendi gli spazi pubblicitari. Ma in questo caso devi pagare la concessione per l’utilizzo delle infrastrutture pubbliche che usi oppure per le frequenze radio che occupi.

Ricordiamo che le infrastrutture originarie di internet, quelle su cui ogni giorno viaggiano miliardi di Gigabyte, sono state create dal Pentagono negli Anni 60, che oggi sono di proprietà di giganti come AT&T (azienda privata ma economicamente molto legata all’apparato pubblico) e che molte autorità di controllo (tipo l’ICANN) dipendono direttamente o indirettamente dal governo USA.

Dopo un discorso a porte chiuse tra Jack Dorsey e Donal Trump l’atteggiamento di Twitter sembra essersi un po’ ammorbidito, mentre Facebook continua la sua politica senza esitazioni. Motivo per cui la Casa Bianca ha annunciato la creazione di uno strumento/agenzia che vigilerà sulle violazioni della libertà di espressione nei social.

Si apre quindi una fase storica molto interessante, presto potremmo assistere a qualche forma di nazionalizzazione dei grandi player del mondo social; a una ridefinizione delle loro aree di competenza; oppure alla nascita di reti sociali No Profit riservate alla comunicazione interpersonale, da cui le aziende saranno tagliate fuori. La situazione è in assoluto divenire, per cui rimanete sintonizzati, ne vedremo sicuramente delle belle.