Blog

Blog

I social media sono piattaforme o editori?

I social media sono piattaforme o editori?

Stiamo entrando in una nuova fase della storia dei social network. Negli ultimi due anni i principali player del mercato – Facebook e Twitter – si sono sbilanciati politicamente censurando esponenti della cosiddetta Alt Right (destra alternativa) americana, influencer di idee conservatrici e portavoce dei movimenti sovranisti. In Usa prima e in Europa dopo.

Alex Jones e il sito Infowars.com sono state le prime vittime della censura (il sito è stato bannato da Facebook e Google, quindi di fatto è diventato invisibile per chi non lo conosce già) poi è toccato a commentatori molto seguiti come Milo Yiannopoulos (caporedattore del sito Breitbart.com) e Paul Joseph Watson (account sospeso su Twitter, con quasi un milione di follower). Intanto Facebook Francia dichiarava che avrebbe collaborato attivamente con l’amministrazione Macron per la campagna delle elezioni europee di maggio 2019.

La scusa utilizzata per queste attività di censura è un’evoluzione delle famose fake news, i cosiddetti hate speech, ovvero i discorsi d’odio, che sarebbero mal tollerati da molti utenti dei social, che quindi avrebbero fatto esplicita richiesta di oscurare le fonti di tali discorsi.
Quanto questa motivazione possa essere plausibile o strumentale in questa sede non ci interessa, quello che è rilevante – da un punto di vista massmediologico – è il problema riportato nel titolo dell’articolo, che è la citazione da un tweet di Donald Trump in persona.

Il presidente USA inquadra la questione della comunicazione via social in una prospettiva nuova, che potremmo definire di “pubblica utilità”. Secondo The Donald i social hanno raggiunto la loro maturità come media e devono decidere cosa vogliono essere da grandi: se sono piattaforme devono lasciare libera espressione alle opinioni politiche di ogni parte; se sono editori allora possono concedersi un atteggiamento più partigiano, rinunciando ovviamente ai benefici economici (sussidi pubblici) che derivano dallo svolgere una funzione socialmente rilevante.

Detto in altri termini:

  • sei piattaforma se ospiti contenuti prodotti da altri (UGC) ti godi gli effetti economici di questo (pubblicità) ma non operi nessuna selezione dei contenuti, se non quella prevista dalla legge;
  • sei editore se produci o selezioni i contenuti, hai una linea editoriale e vendi gli spazi pubblicitari. Ma in questo caso devi pagare la concessione per l’utilizzo delle infrastrutture pubbliche che usi oppure per le frequenze radio che occupi.

Ricordiamo che le infrastrutture originarie di internet, quelle su cui ogni giorno viaggiano miliardi di Gigabyte, sono state create dal Pentagono negli Anni 60, che oggi sono di proprietà di giganti come AT&T (azienda privata ma economicamente molto legata all’apparato pubblico) e che molte autorità di controllo (tipo l’ICANN) dipendono direttamente o indirettamente dal governo USA.

Dopo un discorso a porte chiuse tra Jack Dorsey e Donal Trump l’atteggiamento di Twitter sembra essersi un po’ ammorbidito, mentre Facebook continua la sua politica senza esitazioni. Motivo per cui la Casa Bianca ha annunciato la creazione di uno strumento/agenzia che vigilerà sulle violazioni della libertà di espressione nei social.

Si apre quindi una fase storica molto interessante, presto potremmo assistere a qualche forma di nazionalizzazione dei grandi player del mondo social; a una ridefinizione delle loro aree di competenza; oppure alla nascita di reti sociali No Profit riservate alla comunicazione interpersonale, da cui le aziende saranno tagliate fuori. La situazione è in assoluto divenire, per cui rimanete sintonizzati, ne vedremo sicuramente delle belle.

Influencer marketing su Instagram: come e perché

Gli influencer su Instagram: come e quanto funzionano

Influencer marketing su Instagram: come e perché

In Italia Instagram è il secondo social più frequentato, con 23,4 milioni di utenti e trend costantemente in crescita (ai danni del fratello maggiore Facebook).
Da un punto di vista di marketing la caratteristica peculiare di Instagram è la grande diffusione del fenomeno degli influencer, ovvero di personaggi molto seguiti sul social che monetizzano il lavoro fatto per conquistare un vasto pubblico presentando prodotti e servizi.

Per le aziende si tratta di una variazione della collaudata strategia del testimonial, su cui tanti brand hanno costruito fortune decennali. La declinazione sul social di questo modo di promuovere un’azienda deve tenere conto di alcuni fattori precipui.

Atteggiamento del pubblico

Il 62% degli utenti (fonte Ipsos) non segue i profili ufficiali dei personaggi famosi per motivi esterni al social stesso (star della Tv, del cinema, dello sport) ma di personaggi nati sul social che trattano temi vicini ai loro interessi. Il 49% del campione dichiara infatti di considerare come influencer persone famose solo su Instagram.
Per quanto riguarda l’età, gli over 25 anni dichiarano di seguire gli influencer per soddisfare la curiosità. Nella fascia tra i 16 e i 24 anni il 32% considera l’influencer un punto di riferimento per quanto riguarda le proprie passioni; il 23% lo ritiene un modello da seguire; il 16% dichiara di aver instaurato con i personaggi seguiti un rapporto di fiducia.

Comportamenti d’acquisto

Questo legame emotivo è ben evidenziato dalle statistiche relative ai consumi:
il 62% delle persone intervistate ha dichiarato di aver poi acquistato prodotti consigliati dagli influencer seguiti, anche se non tutti tramite il funnel predisposto da Instagram. Il 76% infatti lascia passare qualche giorno prima dell’acquisto, tempo in cui approfondisce le informazioni relative al prodotto.

I canali d’acquisto scelti sono in larga parte esterni al social:
– Amazon (45%)
– sito eCommerce ufficiale dell’azienda (25%)
– negozio fisico (16%).
Solo il 14% degli intervistati utilizza i link presenti nelle storie di Instagram o nei post pubblicitari.

Conclusioni

Per quanto riguarda gli aspetti di web marketing possiamo trarne alcune best practices:
– l’influencer più adatto non è quello che ha più follower ma quello che ha una migliore percentuale di interazione, statistica che indica un maggiore legame con il suo pubblico;
– segmentate sempre gli influencer scelti in base alla segmentazione del vostro target;
– per finalizzare la vendita non fate troppo assegnamento sul funnel che parte dai link presenti nei post e nelle storie ma costruite canali di acquisto indipendenti da Instagram;
– curate la reputazione del prodotto su piazze virtuali terze;
– curate la presentazione (e il feed back clienti) dei vostri prodotti su Amazon, è infatti lì che si svolge la metà delle vendite.

Tutte le novità Facebook per il 2019

Facebook che verrà: ecco le 8 novità che cambieranno il re dei social

Tutte le novità Facebook per il 2019

Il 2019 sarà un anno di svolta per il padre di tutti i social network. Per tutta una serie di ragioni di cui abbiamo parlato approfonditamente nell’articolo precedente (qui) a Menlo Park hanno dovuto implementare nuove modalità di interazione sulla piattaforma e adeguare Facebook alla concorrenza che viene dai canali social di ultima generazione.

Ecco tutte le novità che Facebook presenterà nei prossimi mesi.

1 – Nuova grafica: l’interfaccia diventa tutta bianca, il blu sarà presente solo nel logo.

2 – Possibilità di scegliere la fonte degli aggiornamenti: il solito NewsFeed (notizie dal mondo) oppure i gruppi e gli amici (notizie dalla sfera privata).

3 – Sistema di dating integrato nella piattaforma Fb. Ma non per una botta e via, eh. Sarà uno strumento dedicato a chi cerca relazioni stabili, serie e durature; così garantiscono dallo staff di Zuckerberg.

4 – Messenger sarà più potente e più sicuro (criptatura di default) andando a fare diretta concorrenza a Whatsapp (chissà perché, dato che anche WA è proprietà di Facebook).

5 – Instagram punta sull’eCommerce, creando un veloce, fluido percorso di acquisto; e sulla realtà aumentata (copiando ancora una volta SnapChat).

6 – Whatsapp sarà sempre più inteso come tool per il business locale, con possibilità di pagare tramite la piattaforma e di caricare le immagini dei cataloghi dei venditori.

7 – Facebook entra nel settore dei device con Portal, un tablet in duplice formato (10 e 15 pollici) ottimizzato per fare videochiamate criptate con Messenger e Whatsapp, godersi e condividere contenuti multimediali, e utilizzare l’AI attualmente più evoluta: Mrs. Alexa Amazon.

8 – La realtà virtuale non lascia, anzi raddoppia: due nuovi visori Oculus (Rift S e Quest) creati con l’obiettivo esplicito di portare la realtà virtuale alle masse desiderose di evasione interattiva. Il modello più evoluto (Quest) avrà anche un proprio hardware e una connessione wi-fi, in modo da poter navigare nel mondo parallelo senza essere legati a nulla.

Queste sono tutte le novità che Facebook ha annunciato, e che vedranno la luce nel 2019 e nella prima metà del 2020. Come potete vedere dalle parti di Menlo Park non dormono sugli allori e vogliono mantenere il loro primato a tutti i costi, continuando ad esplorare in ogni direzione nuove possibilità di intrattenimento e nuove tendenze tecnologiche. Perché il mondo digitale è uno dei pochi settori industriali in cui veramente l’offerta è in grado di creare (diciamo quasi sempre) la domanda e gli strateghi di Facebook sanno come trasformare questa attitudine in profitti.

Facebook unisce whatsapp, messenger e instagram

Il futuro è privato: Facebook unifica Messenger, Whatsapp e Instagram

Grandi cambiamenti in Facebook, il futuro è privato

Il social network per eccellenza annuncia una serie di novità che se non sono rivoluzionarie, ci si avvicinano parecchio. Zuckerberg in persona ha annunciato la svolta nel paradigma aziendale: basta pubblico, si torna alla comunicazione privata, ovvero a privilegiare le relazioni con gli amici e con i gruppi a cui ci si iscrive, mettendo in secondo piano la comunicazione verso il pubblico indistinto.

Questo cambiamento di prospettiva porta con sé anche un cambiamento radicale nel modello di business, riducendo il peso degli introiti da annunci sponsorizzati e aprendo ad altre forme di guadagno da marketing su cui per ora a Menlo Park ancora non si sbilanciano.

La molla che ha spinto Facebook a questo drastico cambiamento di rotta è la nuova legislazione di protezione della privacy, unita a quella contro le cosiddette Fake news. Sembra infatti che il costo della moderazione dei contenuti stia diventando assai pesante nei bilanci di Facebook. Se gli utenti sposteranno le loro attività da piazze pubbliche a stanze private il social network dovrà preoccuparsi assai meno del contenuto dei materiali postati – potendo contare inoltre sull’aiuto dei moderatori dei gruppi – e conservando allo stesso temo la quantità di dati che immagazzina circa le abitudini e i gusti degli utenti. In pratica questa nuova strategia porterà, nel medio periodo, all’unificazione di Messenger, Whatsapp e Instagram.

Ne ha parlato chiaramente Stan Chudnovsky, da un anno a capo di Messenger, durante la conferenza annuale degli sviluppatori. Il funzionamento del sistema sarà in background ovvero l’utente continuerà a usare normalmente una delle tre app, ma i dati di ognuna varranno messi in comune con le altre. In pratica basterà digitare il nome di una persona e sarà il sistema a rintracciarla e ad avviare la conversazione. Il front end rimarrà quindi com’è ora, sarà il back end a lavorare in modo integrato.

Questo cambiamento di strategia avrà grandi ripercussioni sulle attività di marketing basate sulla piattaforma Facebook. Siamo sicuri che il re dei social network non vorrà rinunciare alla quota di ricavi proveniente dalla comunicazione aziendale, ma siamo anche sicuri che lo standard delle meccaniche di promozione verrà profondamente modificato, cambiando le consuetudini e forse anche le professionalità. Anche in questo settore infatti l’intelligenza artificiale promette una maggiore automazione e un livellamento drastico del contributo umano. Grandi novità quindi in arrivo, da tenere più che mai sott’occhio per le innovazioni che comporteranno.

Nei prossimi articoli vedremo quali altre novità riguarderanno Facebook nel prossimo futuro.

la forte presenza di donne nel settore pubblicitario

Per fortuna l’advertising non ha bisogno di quote rosa

donne in pubblicità

 

Il mondo della pubblicità è uno degli ambienti in cui le donne sono maggiormente apprezzate e valutate. A tutti i livelli di management – creativo, strategico e amministrativo – le donne hanno saputo imporsi e raggiungere vette di carriera in assoluta parità con gli uomini. Questo fenomeno, purtroppo ancora poco frequente in altri settori industriali, è dovuto al naturale apprezzamento del contributo che la prospettiva femminile è in grado di portare alla soluzione dei problemi creativi. Le agenzie più innovative, presenti sui mercati più evoluti, sanno infatti che la composizione della squadra deve riflettere nel modo migliore possibile le suddivisioni di età, sesso e provenienza etnica presenti nel pubblico a cui si desidera parlare. Solo in questo modo è possibile creare messaggi e strumenti in grado di farsi notare ed apprezzare dal target e quindi dai committenti.

Oggi, nella lista dei 10 creativi più influenti a livello globale, ben 5 appartengono al gentil sesso. Ecco chi sono le magnifiche cinque.

Susan Credle, direttrice creativa globale della storica agenzia FCB (già Foote Cone Belding). È la creativa responsabile dell’iconica campagna M&M’S “Human” e della pluripremiata campagna “Mayhem” di Allstate. Recentemente è stata inserita nella Hall of Achievement dell’AAF ed è stata anche nominata Matrix honoree dall’associazione New York Women in Communications.

Colleen DeCourcy e Susan Hoffman, co-direttrici creative globali di Wieden & Kennedy, l’agenzia multinazionale che dagli Anni 90, con le sue campagne per Nike, Old Spice, Levi’s, Chrysler, non ha mai smesso di fare la differenza e tracciare nuovi percorsi. Colleen DeCourcy in particolare ha svolto un ruolo chiave nel facilitare la trasformazione della pubblicità basata sul nuovo paradigma digitale. Susan Hoffman ha iniziato in W&K 32 anni fa, come dipendente numero otto dell’agenzia, una fedeltà alla maglia che in pubblicità è più unica che rara.

Judy John, CEO di Leo Burnett Canada e direttore creativo per il Nord America. Ha vinto l’Emmy come miglior spot di sempre con la campagna #LikeaAGirl per Always.com. Campagna che è stata anche nominata dalla CBS come una delle prime tre migliori pubblicità del Super Bowl di tutti i tempi. Nel 2015 si è classificata come primo direttore creativo al mondo per premi vinti nei concorsi internazionali.

Margaret Johnson, direttore creativo globale della storica agenzia Goodby Silverstein & Partners. Prima donna a rivestire questo ruolo in una delle agenzie allo stesso tempo più longeve e più creative del mondod ella pubblicità, con il suo talento ha ispirato idee come “Rainbow Doritos” di Frito-Lay, una campagna a sostegno dei diritti LGBT; e il progetto del Dali Museum VR, tecnologia con cui gli spettatori sono stati trasportati all’interno dei più famosi dipinti dell’artista spagnolo.

Fonte: Forbes.com

9 consigli per un efficace Seo Copywriting

9 consigli per un Seo Copywriting di qualità

 

Un vecchio adagio dell’industria editoriale dice che se in Italia ci fossero tanti lettori quanti sono gli aspiranti scrittori le librerie non conoscerebbero mai crisi. Purtroppo questa massima vale anche nel settore della scrittura professionale di contenuti per il web.
Scrivere per un blog, per un sito o per un canale social richiede una serie di qualità e di competenze che è necessario apprendere (da un corso o studiando sui manuali) e che nulla hanno a che vedere con il/la giovane aspirante scrittore/trice o giornalista che cerca solo di sbarcare il lunario in attesa dell’occasione giusta per fare il lavoro dei suoi sogni.

Vediamo quali sono le caratteristiche principali che un bravo SEO copywriter deve avere:

1 – partire sempre dal posizionamento dell’azienda e in base a questo definire argomenti e tono di voce;

2 – concentrarsi sull’utente umano (non sui Bot) e avviare un dialogo franco e interessante;

3 – non essere narcisista. A nessuno interessano le belle frasi che solleticano solo l’ego di chi scrive. Se ti accorgi che stati scrivendo per farti dire quanto sei bravo dalla mamma o dalla zia, smettila immediatamente. I non-parenti di solito trovano la cosa molto, ma molto fastidiosa;

4 – Non aranzullare: allungare il testo con frasi ripetitive solo per veicolare keyword forse può funzionare per i Bot dei motori di ricerca, ma le persone salteranno a piè pari quei pezzi e cercheranno il prima possibile dei produttori di contenuti alternativi, meno logorroici, più sintetici e più efficaci nel trasmettere l’informazione;

5 – prima di cominciare a scrivere chiarisci tra te e te l’argomento che vuoi affrontare e come vuoi articolare il discorso. Leggere su uno schermo è faticoso, quindi chiediti se ogni frase sia davvero necessaria e se aggiunga valore per il lettore. Se no, taglia taglia taglia. Il tuo contenuto ne guadagnerà sicuramente;

6 – purtroppo viviamo in un mondo di venditori di fuffa che pensano che la semplice retorica possa costituire un contenuto credibile. Non è così, quindi àncora i tuoi argomenti a dati oggettivi, a citazioni autorevoli. Sostieni le tue tesi appoggiandoti a qualcuno o qualcosa più credibile di te;

7 – non dimenticare mai il motivo per cui il tuo lettore ti sta dedicando la sua attenzione. La lettura sul web è motivata da ragioni pratiche, dalla soluzione di problemi o dalla ricerca di informazioni. Ripetere ogni tanto la frase di gancio che ha portato lì il navigatore non fa mai male, soprattutto alla fine dell’articolo (e il ranking della pagina ti ringrazierà);

8 – il Seo copywriting è scrittura pubblicitaria, quindi non dimenticare mai che per vendere qualcosa devi fare una promessa al lettore/cliente. Forse non te ne sei mai reso conto, ma ogni motivazione d’acquisto nasce da una proposta ben precisa da parte del brand, veicolata dal messaggio pubblicitario. A proposito di quel sito/blog/app cosa stai promettendo?

9 – non considerare troppo i tecnicismi. Numero di parole, frequenza di keyword, presenza di h1, h2, h3, se sia meglio usare il bold o lo strong… sono tutte cose che lasciano il tempo che trovano, perché tanto Google cambia impostazioni al proprio algoritmo 3-4 volte l’anno, e la destinazione sarà quella di ottenere un motore di ricerca semantico che non si farà più ingannare dai mezzucci del Seo tecnico. Scrivi cose interessanti per il tuo pubblico. Con uno stile fresco e veloce. Nell’ottica di dare un servizio. E i risultati arriveranno, garantito.

La blockchain spiegata semplice

La blockchain spiegata semplice

La blockchain spiegata semplice

Per tutti quelli che hanno cercato di capire cos’è la blockchain e non ci sono riusciti, perché si sono scontrati con un linguaggio tecnico da smanettoni, eccovi la spiegazione per comuni mortali. A prova dello zio che guarda solo La 7, per capirci.

La parola significa “catena di blocchi”. I blocchi sono in realtà pagine presenti su diversi computer concatenate tra loro tramite informazioni crittografate, accessibili cioè solo a chi ha la chiave di decodifica del sistema. Si tratta quindi di un database (archivio dati) distribuito su molti computer, strutturato come una rete fatta di tanti nodi. Il sistema è realizzato in modo che tutti i nodi compresi nella rete non siano a conoscenza gli uni degli altri. Per garantire la concordanza tra le varie copie di dati ogni aggiunta di nuova pagina (o blocco) è globalmente regolata da protocollo condiviso.

Queste caratteristiche strutturali rendono la blockchain paragonabile, per sicurezza, alle banche dati gestite in maniera centralizzata da autorità pubblicamente riconosciute. È quindi una risposta ai tanti scandali di violazione della privacy che hanno colpito i giganti della Silicon Valley, che hanno data base su cloud oppure organizzati in modo da essere vulnerabili ad attacchi hacker.

Il termine blockchain è diventato famoso nel 2014 con il successo della criptovaluta Bitcoin, basata appunto su questa tecnologia. Nell’agosto di quell’anno la dimensione della rete Bitcoin raggiunse la dimensione di 20 Gigabyte. Nel marzo 2018 era arrivata già a 162 Gigabyte.

Vediamo insieme i vantaggi di questa tecnologia, sia per le persone comuni che per aziende.

Sicurezza: grazie al processo di crittografia non è possibile modificare i blocchi già inseriti nella catena; i dati in essa salvati sono quindi sicuri, certi e non manipolabili.

Velocità: non è necessaria una unità centrale che verifichi continuamente congruità, validità e leggittimità delle operazioni (operazione che avviene per consenso del network) vengono eliminati tempi di esecuzione, controlli, back-office e qualsiasi rischio operativo.

Attendibilità: essendo organizzata cronologicamente (i blocchi vengono aggiunti alla catena secondo un preciso ordine cronologico immodificabile) impedisce l’insorgere di contestazioni in merito all’esecuzione, per esempio, delle diverse fasi di un contratto.

Affidabilità: le sue caratteristiche tecniche impediscono qualsiasi perdita di dati o danneggiamento: se anche uno dei nodi nei quali è salvata la catena venisse danneggiato, gli altri seguiterebbero a funzionare tenendo stabile la catena, senza alcuna perdita di dati.

Ecco alcune applicazioni pratiche della blockchain che in un prossimo futuro potranno diventare realtà (dal documento del Parlamento Europeo How blockchain technology could change our lives):
– tutela del diritto d’autore, con la diffusione dei contenuti protetti seguita istante per istante, e copia per copia. E con la possibilità di pagare per l’uso e il pubblico che realmente ha fruito dell’opera;
semplificare la procedura di registrazione di un brevetto e il controllo del suo rispetto;
– sicurezza del trattamento dei dati sensibili;
– condivisione protetta dei dati sanitari dei pazienti per una maggiore efficacia delle prestazioni sanitarie;
– controllo preciso delle supply chain aziendali e governative.

Blog marketing che funziona: le 9 regole auree

9 regole per il blog marketing

 

Brian Dean alias Backlinko, forse il più grande esperto mondiale di Seo e Link building, ha pubblicato un’interessantissima analisi sulle prestazioni dei contenuti dei blog. Il campione è stato di 912 milioni di articoli e i risultati disegnano lo stato dell’arte del content marketing fatto tramite blog.

Nove regole da incidere sulle pareti del vostro ufficio web marketing

1 – Gli articoli lunghi ottengono più backlink di quelli corti, e il numero di backlink è il primario fattore di posizionamento. La lunghezza ideale di un articolo è compresa tra un minimo di 1.000 e un massimo di 2.000 parole.

2 – Il 94% dei contenuti online ha zero backlink. Rassegnatevi quindi, una gran parte dei contenuti che produrrete rimarrà a fare tappezzeria.

3 – Una piccola percentuale di post (1,3%) ottiene una quantità sproporzionata (75%) di condivisioni sui social. Quindi è su quei pochi post che funzioneranno che dovete puntare per fare link building.

4 – Non c’è correlazione statistica tra numero di backlink ottenuti e numero di condivisioni sui social. Come si sapeva il sottoweb dei social segue regole di fruizione proprie. La proprietà transitiva qui non si applica.

5 – Articoli con titoli lunghi (e con punto interrogativo finale) hanno un’alta correlazione diretta con le condivisioni social. Nonostante quello che qualsiasi grafico vi dirà giurando sulla tomba di sua nonna.

6 – Non ci sono giorni e ore preferiti in cui pubblicare. Quindi smettetela di dannarvi l’anima cercando il momento giusto. Sono più importanti qualità del contenuto e struttura.

7 – Post strutturati come liste (come questo ad esempio, casualmente) ottengono più condivisioni. Gli psicologi dicono che questo succede perché questo tipo di contenuti non generano l’ansia da prestazione di lettura che contenuti indeterminati nella loro lunghezza e finalità invece producono.

8 – Post che rispondono a domande che cominciano con “perché” hanno più backlink. Perché hanno un argomento circoscritto e rispondono a un problema presente nella mente del navigatore.

9 – Contenuti B2B e B2C hanno risultati di backlink e condivisioni quasi uguale. Quindi se qualcuno vi propone strategie di contenuti radicalmente diverse per i due settori, sappiate che sta solo provando ad aumentare il costo della consulenza.

Fonte: Backlinko.com

Le prossime parole d'ordine della comunicazione digitale

Le prossime parole d’ordine nella comunicazione digitale

 

Più o meno ogni sei mesi il mondo della comunicazione digitale vive un’epifania che cambia le carte in tavola. Da questi eventi nascono non solo tante opportunità (o crisi) ma anche nuove parole d’ordine e nuovi mantra che i vostri consulenti di comunicazione cominceranno a usare per giustificare quello che stanno facendo con i vostri soldi. Per farvi trovare preparati, ed essere in grado di ribattere colpo su colpo, ecco una le prossime cinque parole d’ordine, valide per tutto il resto del 2019.

Video sì, ma live e snackable

I video sono sempre i contenuti preferiti dagli utenti, quindi dalle piattaforme social, quindi dai brand. Però le modalità di fruizione e le scelte dei consumatori si stanno a poco a poco specializzando. I video live sono preferiti perché poco sofisticati, veraci, spontanei. Anche quando sono usati da personaggi famosi o brand interstellari conservano sempre quella specie di fascino della diretta, quell’imperfezione suggestiva che fa tanto verità. Per snackable si intende un contenuto che può essere consumato come uno snack: voglia di distrarsi, un paio di morsi, un buon sapore in bocca e stop. Non è solo una questione di tempi di durata, ma anche di progettazione creativa, perché il video snack deve essere comunque soddisfacente e lasciare buone impressioni, in modo che più avanti venga voglia di dare un altro morso.

Realtà aumentata

Concetto che ha cominciato a diffondersi già da un paio d’anni, ma che nel 2019 è pronto a fare il grande salto, lasciando la nicchia dei nerd per affacciarsi al grande pubblico. Tutto questo grazie alla piattaforma Snapchat che fa vasto assegnamento sui filtri grafici da aggiungere a video e foto, cominciando con le maschere, passando alle lenti e arrivando all’arte contemporanea (Leggi qui). Ormai l’azienda guidata da Evan Spigel ha conquistato la leadership nel settore, primato che la rende appetibile per colossi come Apple.

Chatbot

Secondo Hubspot il 47% dei consumatori acquista articoli tramite chatbot perché vuole poter comprare online a tutte le ore del giorno e della notte, e solo i bot riescono a lavorare h24 e a rispondere cortesemente anche alle 4 di mattina. Quindi il nuovo standard della customer care è l’implementazione di chat bot nei siti istituzionali e nei social aziendali. Certo, una cosa è implementare un chatbot, un’altra è renderlo pienamente funzionante.

Microinfluencer

Le chiare ferragni sono ormai inarrivabili, tipo le icone hollywoodiane o le rock star; quindi da un punto di vista di marketing sono appannaggio solo dei big brand da miliardi di fatturato. Per tutte le altre aziende comincia l’epoca dei microinfluencer. Persone normali con qualcosa di speciale, spontanee, affidabili, familiari, protagonisti con cui è facile immedesimarsi. Molti influencer da qualche migliaio di follower possono fare meglio della superstar di Instagram. Investimenti più ragionevoli, ROI migliori e, grazie alle peculiarità degli algoritmi dei principali social media, un tasso di engagement più alto.

Customer journey

Oggi i principali canali social costituiscono il primo touchpoint per l’acquisizione del cliente. Il famoso funnel – l’imbuto che conduce il navigatore distratto a comprare da voi un prodotto o un servizio – sta per essere messo da parte e sostituito con il customer journey: un viaggio degli occhi e della mente del futuro acquirente che attraverso i contenuti prodotti dal brandcerca di capire se quel prodotto o servizio fa al caso suo. Facebook e Instagram diventeranno presto i principali partner commerciali delle aziende. Inoltre la fase post vendita verrà sempre più curata, continuando infatti a sedurre il cliente con materiali di comunicazione e servizi lo si rende un ambasciatore del brand presso la propria cerchia di conoscenze, nel mondo reale e sui social.

Tutti gli spot del 53esimo Super Bowl

Tutti gli spot del Super Bowl 2019

Tutti gli spot del 53esimo Super Bowl

 

Il 3 febbraio è andata in scena la 53ª edizione del Super Bowl, la finale del campionato di football americano. La partita ha visto i New England Patriots contro i Los Angeles Rams. Per la cronaca sportiva, i primi hanno vinto sui secondi con un punteggio di 13-3, il più micragnoso nell’intera storia dei Super Bowl. Ma il vero spettacolo dell’evento televisivo più costoso del mondo si è svolto sicuramente durante le pause pubblicitarie. Da molti anni gli spazi televisivi del Super Bowl sono i più ambiti (e pagati) dalle aziende più potenti del pianeta, con spot confezionati spesso ad hoc per quella serata.
Ecco la lista completa degli spot andati in onda durante il Super Bowl 2019. Per vederli potete andare sulla nostra pagina Facebook MetodoNove

 

Pepsi spotPepsi
Nuova puntata nella epica lotta tra Coca e Pepsi: in una tipica tavola calda americana una donna ordina una Coca e il cameriere le chiede se va bene anche una Pepsi. Tra gli avventori c’è anche l’attore comico Steve Carell che si inalbera, sottolineando che la Pepsi è “More than OK”.

 

Spot Stella ArtoisStella Artois
Il Grande Lebowksi e Carrie Bradshaw di Sex and the City cambiano i loro abituali drink (il Cosmopolitan per una e il White Russian per l’altro) per una spumeggiante Stella Artois alla spina, seminando sgomento nell’elegante ristorante in cui si sono apparecchiati.

 

Spot NFLNFL
Uno spot molto Nike Anni 90, con i più famosi giocatori di football riuniti per il centenario della fondazione della National Football League che ovviamente non riescono a resistere a scatenare una partita nell’elegante sala della celebrazione, nonostante gli smocking, i bicchieri di champagne e le tovaglie di raso.

 

Spot Burger KingBurger King
Andy Warhol si gusta uno whopper d’annata, semplicemente. Inquadratura fissa, spettacolarità zero, lentezza alla Antonioni. Per spezzare il ritmo e farsi notare meglio nel baillame mediatico.

 

Spot PampersPampers
Procter & Gamble paga John Legend e Adam Levine per cambiare i pannolini ai loro figli, cantando la canzone “Stinky Booty Duty” (con tanto di coro a cappella composto da una ventina di omaccioni con figli al collo).

 

Spot AmazonAmazon
Harrison Ford, Forest Whitaker e un’altra manciata di testimonial prestigiosi hanno divertenti problemi con l’assistente virtuale Alexa.

 

Spot Bud LightBud Light Vs Game of Thrones
Strano crossover tra uno spot parodistico e il trailer della nuova attesissima, nonché ultima, stagione della stranota serie Tv. Divertente la parte parodistica, prevedibile la parte trailer.

 

Spot Washington PostWashington Post 
“Democracy Dies in Darkness” il claim della campagna, tutta rivolta a sottolineare l’importanza politica del giornalismo di qualità. Con immagini di repertorio di eventi storici. “Sapere ci rende più forti, sapere ci aiuta a decidere, sapere ci rende liberi” recita lo speaker in chiusura.

 

Spot MichelobMichelob Ultra
Zoe Kravitz parla sottovoce in un contesto molto natural-shintoista, per comunicare la leggerezza di questa birra organica.

Trailer dei nuovi film Captain Marvel, Avenger: Endgame e Toy Story 4 e della terza stagione della serie Tv The Handmaid’s Tale.

Se a questo punto la curiosità vi ha ormai posseduto e volete assolutamente vedere questi spot, fate un salto sulla nostra pagina Facebook MetodoNove.